CINEMA ITALIANO ANNI ‘70 A PESARO


Di Anna Savelli

Lo sguardo cade (tra le tante immagini) sul volto di un Nanni Moretti giovane, con baffi
e senza barba, affacciato al finestrino di una seicento; forse altri occhi sono attratti da
quello di Laura Antonelli, nell’angolo opposto...dipenderà magari dai gusti.
“Cinema Italiano Anni ‘70”, il manifesto ed il tema dell’11° Evento Speciale della 33ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Non c’era Moretti (sebbene invitato), non c’era la Antonelli (pazienza!). Ma altri nomi hanno dato testimonianza dell’esperienza di quegli anni, duri anni sia dal punto di vista socio-politico, che artistico e cinematografico in particolare. Anni ‘70 in cui coabitano sia le ultime frange della stagione gloriosa che il nostro cinema ha vissuto nel decennio precedente ed i primi accenni della lunga crisi in cui si trova tuttora invischiato. Due tavole rotonde hanno inteso approfondire i temi storico- culturali di questi anni, senza la presunzione di voler essere esaustive o risolutive. Ma certo, entrambi gli incontri, hanno fornito al popolo festivaliero -oltre che il meritato riposo alle affaticate retine!- spunti di riflessione non di poco conto e occasione di confronto con esperienze di “grandi” della nostra storia cinematografica. Il primo incontro dal titolo “Gli esordienti”, ha dato un quadro della situazione cinematografica italiana degli anni ‘70, caratterizzato, nei primi cinque anni, dal perdurare della ‘positività’ che aveva caratterizzato il decennio precedente. L’afflusso alle sale in Italia è superiore a quello di Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna, messi insieme, e - incredibile dictu - si vanno a vedere film italiani. E’ con il 1976 e la liberalizzazione dell’etere che ha inizio il collasso: la televisione non produce nuovi programmi, ma ricorre ai fondi cinetecari per le sue programmazioni. Ma d’altra parte è proprio la televisione ad avere l’obbligo della cronaca, dell’aggancio con la realtà: il cinema si ritrova in quel limbo che Lino Miccichè ha definito come “impotentia exprimendi”, in un contesto sociale di fine delle ideologie e di una lotta armata che tende a mutare la consapevolezza culturale della sinistra. Se il massimo numero di esordienti si era registrato nel 1970, il minimo è del 1978: 265 sono i nuovi autori, ma molti di questi si fermeranno alla loro opera prima. Si tratta di una generazione - ha sottolineato ancora Miccichè - senza monumenti, senza padri, senza ponti generazionali, che da un lato cerca di uccidere il padre (il neorealismo, il partito), dall’altro cerca nuovi agganci. Stefano Rulli (coautore con Agosti, Bellocchio e Petraglia di Matti da slegare 1976) ha fatto notare come sia subentrato, in quegli anni, il rifiuto di un cinema politico e come - a fronte di questo rifiuto - non si sia riusciti ad individuare altri riferimenti. Matti da slegare è un esempio di cinema che cerca di recuperare un rapporto meno ideologico con la realtà, per dare voce a persone che non l’avevano mai avuta, senza dover parlare direttamente della riforma manicomiale. Dario Argento, che esordisce nel 1970 con L’uccello dalle piume di cristallo, ha detto di non essere d’accordo con la teoria del ‘declino delle ideologie’, ma ha ravvisato, semmai, un distacco da un certo tipo di ideologie collegate all’egemonia politica, manifestando a chiare lettere il suo disprezzo per il cinema politico degli anni ‘60. Altre testimonianze interessanti quelle di Massimo Bacigalupo (Warming Up, 1972-’73) e di Guido Lombardi e Anna Lajolo (D., 1970): il loro underground che si trova a fare i conti con la realtà, ed il loro essere non esordienti degli anni ‘70, ma sopravvissuti degli anni ‘60, dalle cooperative della distribuzione indipendente. Il punto di crisi del periodo in questione è dato, oltre che dalla suddetta legge del 1976, dall’assassinio di Pier Paolo Pasolini: si passa da un cinema assertivo neorealista, ad un cinema metaforico. La crisi riguarda l’afflusso nelle sale (le presenze si dimezzano) e la produzione: riprende piede il cinema americano e si abbassa notevolmente la qualità di quello italiano. Nella seconda tavola rotonda “Maestri, padri e fratelli maggiori” si è parlato di diversi ‘ritiri’: da quello nell’autobiografia di Federico Fellini, al ritiro storico di Visconti, a quello ‘favolistico’ di Pasolini e dei viaggi all’estero di Antonioni. A proposito di fughe e di crisi del cinema anni ‘70 (ma a giudicare dai film che si è visto si deve parlare solo di un inizio di quella crisi che scoppierà negli anni ‘80) estremamente chiarificatrici sono state le parole di Bernardo Bertolucci, che attraverso ricordi personali, ha dato il quadro di quel disagio che lo ha portato ad allontanarsi dall’Italia per poter lavorare. Gli anni ‘70 non sono per Bertolucci sinonimo di decadenza, ma di liberazione, liberazione dalla sindrome di paura nei confronti del pubblico, “sono il passaggio - dice il regista - dall’espressione pura (il cinema degli anni ‘60) alla possibilità di comunicazione, che per me inizia con ‘Il conformista’”. E per concludere e, forse, per confermare che la crisi è figlia degli anni ‘70 ma cresce e si rafforza negli anni ‘80, Bertolucci ha precisato che c’è un momento in cui è portato letteralmente a fuggire dall’Italia, ma i tempi vanno precisati: “Sono gli anni ‘80, vado a fare i miei film più lontano possibile, la politica italiana è diventata una droga e non riuscivo a filmare nel cinismo, nel sapore di corruzione di quegli anni; mi sembrava che se avessi messo la mia macchina da presa lì, non sarebbe venuto fuori niente, perché in me ci dev’essere trasporto ed amore per quello che c’è davanti alla macchina da presa (...). Ma anche i film girati all’estero sono profondamente italiani: L’ultimo imperatore è un melodramma italiano con tenore, contralto e baritono. Ho deciso io di essere “autre” rispetto al cinema italiano, ma si tratta, alla fine, di un puro sentimento che non fa altro che arricchire di certe tensioni il mio lavoro. Sono diventato un regista italiano nel momento in cui ho avuto un pubblico: negli anni ‘60 era il confronto che mi mancava; certo, era bellissimo, ma era anche un modo per evitare un rischio, non era altro che il rifiuto di essere rifiutato”.
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