CHI DICE ‘MUTO’ DICE ‘CINEMA’


Di Anna Savelli

Le giornate del cinema muto Pordenone 11-18 Ottobre
in contemporanea nell' ex convento di San Francesco
la seconda "Fiera del libro e del collezionismo cinematografico"

Avreste potuto sentirlo parlare a Pordenone, il cinema muto, come ogni anno in ottobre.
Un appuntamento, quello friulano delle “Giornate del cinema muto”, che stimola -
se mai ce ne fosse bisogno - l’amore per il cinema e suscita il dubbio che, col passare dei
decenni che ci separano dall’invenzione della settima arte, non si sia inventato più molto.
Originalità, freschezza, colori (anche se in pochi lo sanno), splendide musiche...
E’ dal 1980 e dall’uscita della versione restaurata di Napoléon di Abel Gance (grazie
all’inarrestabile impegno di Kevin Brownlow) che è veramente in atto la corsa al recu-
pero di questa parte della nostra storia , troppo a lungo dimenticata e ancora oggi , da
molti , sottovalutata.
‘Le Giornate del cinema muto’ nascono nel 1981, proprio l’anno successivo alla proiezione
per il pubblico - con accompagnamento dell’orchestra dal vivo - del Napoléon: l’impegno
di giovani che, dopo il terremoto, avevano deciso di organizzare spettacoli cinematografici
a favore delle vittime.
In 17 anni la kermesse friulana è divenuta, da evento locale, uno dei maggiori festival
internazionali di storia del cinema, in cui annualmente si ritrovano studiosi, archivisti,
critici e studenti di tutto il mondo.
Anche quest’anno, una conferma, a cominciare dalla serata di apertura che ha proposto
- nell’ambito del ‘Progetto Griffith’ - The Birth of a Nation di David Wark
Griffith
, del 1915.
Il restauro (curato dalla Photoplay Productions sull’edizione del 1921 con viraggi originali)
ha dato nuova vita al film che da sempre è stato considerato uno dei capolavori della
storia del cinema e che da sempre ha suscitato passioni e polemiche violente.
Girato dopo il 1913 - anno in cui Griffith, per avere maggiore libertà, abbandona la casa
di produzione Biograph passando alla Majestic-Reliance - si rifà al best-seller
The Clansman del reverendo Thomas Dixon, incentrato sulla Guerra Civile e sul
periodo della ricostruzione negli stati del Sud.
Griffith era originario del Kentucky, dunque affascinato dallo sfondo storico del romanzo,
ma pare che non si fosse assolutamente posto il problema relativo alla propaganda che
Dixon propugnava in favore della supremazia della razza bianca.

“Non sono né sono mai stato ‘anti-negro’ o ‘anti’ qualunque altra razza...
Sono sempre andato estremamente d’accordo con la gente di colore”
:

con queste parole Griffith rispondeva alle accuse rivolte alla sua opera, un capolavoro
che ci pone indiscutibilmente di fronte alla contraddittoria ammirazione per il lato estetico,
per la spettacolarità, per l’abilità tecnica, e il disgusto per l’immagine di un Ku Klux Klan
eroico esercito di liberazione del Sud e per la supremazia della razza bianca.
Gli spettatori del 1915 furono travolti letteralmente dalla grandiosità dell’opera di Griffith,
grandiosità sottolineata anche dalla partitura musicale composta da Joseph Carl Breil.

A Pordenone abbiamo potuto rivivere tutto, anche l’emozione della musica originale,
adattata da John Lanchberry alla direzione dei settanta elementi dell’orchestra
Camerata Labacensis di Lubiana.

Al polo opposto della settimana di muto pordenonese, ci attendeva - in chiusura - un’altra
serata altrettanto coinvolgente e magica: proprio la magia delle lanterne magiche ha
inaugurato lo spettacolo conclusivo delle Giornate.
Per evocare la nascita del cinema “Storie d’ombra Un viaggio fra le ombre e le
lanterne magiche”
, prodotto dal gruppo Teatro d’Ombre con il Museo Nazionale del
Cinema di Torino, ha proposto una commistione fra ombre cinesi (silhouettes realizzate
da Corallina De Maria) e i giochi di immagini e luci delle lanterne magiche.
Il tutto sostenuto dai testi di Alessandro Baricco e le musiche curate da Alberto Jona
su composizioni di Dusseck, Popper, Camus e Naumann.

A distanza di settanta anni dalla prima proiezione (era il 6 ottobre del 1926) è stato
riproposto il film di Alan Crosland ,The Jazz Singer: la vicenda del figlio del rabbino
che lascia la sinagoga e le tradizioni familiari per il palcoscenico.
Fu il film che segnò in un certo modo la fine del muto: brani orchestrali, canzoni cantate,
registrate e riprodotte in sincronia e brevi interventi parlati di Al Jolson, alla cui vita
si ispira la trama del film.
Adattato dal racconto di Samson Raphaelson “The Day of Atonememnt”, la copia
vista a Pordenone ha sottotitoli in ebraico, ad indicare quanto il film sia stato importante
per la cultura ebraico- americana.
Ma tra questi eccellenti estremi è racchiusa una settimana assai densa di avvenimenti,
scoperte e riscoperte: è tornata, dopo il successo ottenuto nel 1995, la rassegna di muti
cinesi dell’archivio di Pechino; le opere di Alberto Cavalcanti girate a partire dal 1926:
oltre a Rien que les heures, abbiamo potuto vedere En rade (1927), e La P’tite Lilie
(1927).
E poi i nuovi ritrovamenti - ad opera di Roland Cosandey presso il Musée de l’art
photographique di Vevey - di tre film di Georges Méliès
.
Di particolare importanza e bellezza la sezione dedicata a “Maurice Elvey- uno
sconosciuto d’oltre Manica
”: tra il 1913 ed il 1957 diresse addirittura 180 film,
eppura gli storici ed i critici si sono troppo a lungo dimenticati di lui e delle sue opere.
Se pare che per molte delle pellicole l’oblio sia meritato (a causa di sceneggiature incon-
sistenti e pochi fondi), per altre - proprio dopo averle viste - non si può dire altrettanto.
Specie per The Story of David Lloyd George (1918), che lo stesso Elvey riteneva
“il miglior film che ho fatto e che mai farò”, ma che non ebbe il minimo successo e venne
subito dimenticato.
Eppure è caratterizzato da una notevole vivacità e da un ottimo cast (ricordiamo, tra gli
interpreti, quell’Alma Reville, futura moglie e sceneggiatrice di Hitchcock).
Ma per questo film non si trattò solo di una dimenticanza, ma di una vera e propria scom-
parsa, mai chiarita completamente.
Nonostante la campagna stampa in fase di lavorazione, alla fine del montaggio un gruppo
di legali requisirono tutto il materiale e rimborsarono le spese del produttore.
Elvey pensò che la pellicola fose stata distrutta.
Nel 1994 il ritrovamento, quando Lord Tenby, nipote di Lloyd George depositò un’
ancora ignota pellicola presso il Wales Film Archive: era il film di Elvey.
Da segnalare - sempre di Elvey - High Treason (1929), ambientato avveniristicamente nel 1950 in un’Europa Unita che sta per entrare in guerra con l’America Unita.
Invenzioni sulla soglia della fantascienza - per l’epoca - e tesi pacifiste a sostegno di
questo film tra i primi sonori inglesi, distribuito anche in versione muta.
Questo e molto, molto altro alle Giornate del Cinema Muto, tutto, ricordiamolo,
accompagnato da straordinari pianisti:
Antonio Coppola, Neil Brand, Philip C.Carli, Donald Sosin,
Edward von Past, Ulrich Rügner
.
L’appuntamento è per il 1998.

Questo il sito Internet di Pordenone Film Fair, la Fiera del Libro e del collezionismo
cinematogrfico che dall’anno scorso ospita oltre 80 case editrici, collezionisti e ditte
produttrici internazionali di video e cd-rom, oltre ad incontri con gli autori.
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