AKIRA KUROSAWA
la varietà instancabile

Da segnalare lo spazio dedicato al regista nella sezione "Shakespeare e il cinema"
in occasione del Bergamo Film Meeting 1997

di GABRIELE LA ROVERE
larovere@pe.abol.it

Leone d’Oro e Oscar alla carriera, Akira Kurosawa (Giappone, 1910) è il più grande
cineasta giapponese; fa parte inoltre di quel pugno di registi eccezionali la cui influenza
è sensibile in tutto il cinema mondiale.
Personaggio di grande cultura ( sia orientale che occidentale ) , esperto di teatro e in
particolare di Shakespeare, discendente da un antica famiglia di samurai, pittore di pre-
gio ma anche ex campione di Kendo e appassionato di golf; soprannominato in patria
“l’Imperatore”, ciò che colpisce di Kurosawa è l’enorme varietà dei suoi lavori; infatti
pochi registi hanno saputo spaziare da un genere all’altro con altrettanto virtuosismo.
Tecnicamente è tra i primi ad impiegare sul set due o più cineprese contemporaneamente
in modo da produrre maggior materiale per il montaggio e creare minore imbarazzo negli
attori ( con diversi punti di ripresa è impossibile mettersi in posa ) , inoltre usa spesso il
teleobiettivo.
Reputa fondamentale il pieno controllo sulla sceneggiatura e la necessità di lasciare una
porta aperta al caso durante i ciak.
Possiede un grande senso musicale ed un invidiabile padronanza del montaggio che realiz-
za sempre personalmente e senza aspettare la fine delle riprese; si rivela maniaco come
pochissimi delle scenografie e degli ambienti.
Nel 1943 dirige il suo primo film “Shanshiro Sugata”, una favola sulle origini dello judo.
Nelle successive cinque pellicole, per colpa della censura (siamo in tempo di guerra)
Kurosawa non ha potuto esprimersi liberamente.
Finalmente nel’48 con “L’angelo ubriaco” confeziona il primo capolavoro del cinema
giapponese del dopoguerra senza condizionamenti da parte delle autorità.
L’anno successivo con “Cane randagio” si conferma riservandosi un posto di primissimo
piano.
Si rivela al grande pubblico nel 1951 con “Rashômon”, Leone d’Oro a Venezia ed Oscar
ad Hollywood (mica poco!)
; il film racconta di un omicidio attraverso cinque versioni diverse.
Poi è la volta di “Vivere” (Orso d’Argento a Berlino) definito più volte come uno dei più
bei film del nostro tempo: è il viaggio interiore di un uomo che dopo una vita di fallimenti
si ritrova condannato a morte dal cancro.
Nel 1954 con “I sette samurai” (Leone d’Argento a Venezia), il cinema giapponese ris-
cuote nuovamente un enorme ed inaspettato successo in tutto il mondo: è un capolavoro
epico dalla durata di tre ore e venti.
Sostenne allora Michelangelo Antonioni:
“ogni immagine di questo film reca l’impronta di un genio”.

Nel’57 per “I bassifondi” ha filmato in presa diretta, come se fosse una rappresentazione
teatrale, dopo quaranta giorni di prove.
“La sfida del samurai”, del’61, si ricorda per un aneddoto che lo lega al suo remake
“Per un pugno di dollari”.
Sergio Leone non pagò neanche una lira di diritti ai produttori giapponesi pensando che
il suo western non ottenesse nessun successo.
Ma così non fu e i produttori di Kurosawa riuscirono a far condannare la pellicola per plagio.
Di conseguenza i produttori di Leone per ripicca, si impegnarono affinché il film giap-
ponese sparisse dalle nostre sale.
È il 1965 quando la perfezione del regista supera l’immaginabile; infatti per “Barbarossa”
ha previsto un intermezzo musicale tra i due tempi.
Alla fine degli anni sessanta, il tentativo di farsi produrre dagli americani fallisce miseramente.
In un primo progetto pretende di farsi raggiungere da tutta la sua équipe tecnica giap-
ponese, per un altro film invece (“Tora! Tora!”) viene licenziato dopo pochi giorni dal
produttore che lo accusa di essere pazzo.
Nel 1975 è la volta di “Dersu Uzala” (ancora Premio Oscar), un magnifico film d’avven-
tura… inverosibilmente originale, girato tutto in Siberia.
Per il successivo “Kagemusha” (Palma d’Oro a Cannes), filma una battaglia in modo
stupefacente ed originale attraverso l’inizio e la fine della stessa ed un incredibile gioco
di effetti sonori, inoltre vi è una stupefacente inquadratura immobile che dura 7 minuti!
“Ran” (1985) è uno dei più bei film degli anni ottanta.
Incredibile l’uso dei colori e del suono, la storia è una trasposizione del Re Lear di
Shakespeare; Kurosawa vi crea una forma espressiva e visionaria eccezionale; ci sono
15 minuti deliranti durante l’assalto al castello.
Con 10 milioni di dollari come budget è il film più costoso del cinema giapponese,
2000 comparse per le scene di battaglia, 250 cavalli, 1400 armature, 4 nomination ad
Hollywood, Oscar per i costumi.
Nel’90 “Sogni”, la pellicola più onirica: 5 anni per l’intero progetto e 2 per la lavorazione
hanno partorito un opera in otto episodi.
Nella produzione e negli effetti speciali c’è la mano della mecca di Hollywood:
Spielberg, Coppola e Lucas.
Nel 1991 è la volta di “Rapsodia d'agosto” applaudito nella sala grande di Cannes per 12 minuti.
Per ultimo “Il compleanno” (1993), un inno all’amicizia Akira Kurosawa è profondamen-
te stimato da i suoi colleghi, ormai è divenuto padrone di tutta l’espressività del cinema
inteso nella sua interezza.
Il suo lavoro è tessuto sui contrasti e sugli estremi.
Invito alla visione:
a detta di egli stesso un film deve soprattutto emozionare e creare una simpatia.

Da vedere assolutamente:

Kurosawa ha diretto fino ad oggi 30 film.
Se ne consiglia la visione di 7, non necessariamente i migliori, ma gli unici stampati
in home video.

“Rashômon”, 1950, b/n;
“I sette samurai”, 1954, b/n;
“Dersu Uzala, il piccolo uomo delle pianure, 1975;
“Kagemusha, l’ ombra del guerriero”, 1980;
“Ran”, 1985;
“Sogni”, 1990;
“Rapsodia d’ agosto”,1991.



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