LA TERZA DIMENSIONE DELL’IMMAGINE!
guida all’evoluzione e alla comprensione del sonoro cinematografico


di GABRIELE LA ROVERE
larovere@pe.abol.it

Due tra i più straordinari cineasti contemporanei, sono d’accordo nell’attribuire alle immagini, ma soprattutto al sonoro, il merito di inchiodare lo spettatore alla poltrona in balia delle emozioni.
George Lucas sostiene che “Il sonoro di un film è il 50% dello spettacolo”, per l’iraniano Abbas Kiarostami: “Il suono è molto importante, più importante dell’immagine… attraverso la ripresa visiva noi arriviamo, al massimo, a ottenere una superficie bidimensionale. Il suono conferisce a questa immagine la profondità, la terza dimensione. È il suono a colmare le lacune dell’immagine”.
Con la scomparsa del muto lo spettacolo cinematografico si è evoluto profondamente: se ad inizio secolo ci fu un forte sviluppo tecnologico per il solo miglioramento delle immagini, dal formato al colore, anche l’audio, seppur con ritardo, ha subito radicali cambiamenti tesi a rendere l’effetto sonoro il più coinvolgente possibile.
La svolta si è avuta con il boom, negli ultimi vent’anni, dell’hi-fi domestico che ha richiesto al cinema un aggiornamento dei sistemi audio: se eravamo abituati ad ascoltare in modo molto piatto, con suoni, musica e rumori perfettamente livellati e poco energici, nei cinema adesso si impiegano ben 6 distinti canali (contro i 2, destro e sinistro, del classico impianto hi-fi domestico), ed attualmente nelle sale più attrezzate, si vive un effetto presenza travolgente.
Oggi pertanto è più corretto dire: “vado a vedere e sentire un film!”.
Si viene letteralmente bombardati dai suoni e non solo dagli altoparlanti retro schermo: il sistema Dolby Digital, il più usato attualmente, prevede una sorgente sonora centrale per i dialoghi, un canale destro ed uno sinistro per la colonna sonora ed i rumori, un subwoofer per i bassi profondi (tutti posizionati dietro lo schermo) ed un certo numero di altoparlanti “surround” ai lati e dietro lo spettatore per gli effetti, per ricostruire la tridimensionalità del suono (i canali surround servono in definitiva a rendere la sala cinematografica centro dell’azione).
L’avvento della stereofonia multicanale permette una ricostruzione degli spazi perfetta, quando l’impianto di sala naturalmente è ben sfruttato e tarato, «a buon intenditor poche parole!».
Ufficialmente il sonoro ha mosso i suoi primi passi nel 1927 con il film “Il cantante di Jazz” di Alan Crosland grazie al Vitaphone che sincronizzava l’immagine con l’audio di un grammofono; i dialoghi veri e propri comparvero solo successivamente con il Movietone che permise la registrazione sulla pellicola stessa, e più precisamente sulla destra, nell’area opaca adiacente ai fotogrammi dove il sonoro veniva stampato sottoforma di variazione di luce (banda ottica), e quindi riconvertito in segnale elettrico; questo risolse tutte le problematiche relative alla sincronizzazione di immagini e voci.
La registrazione avveniva in presa diretta, come in un teatro, imbrigliando però gli attori in rigidi schemi, con la conseguenza che il messaggio visivo impoverì rapidamente, fino a quando fece la sua comparsa il playback che prevede, ancor oggi, un montaggio sonoro sincronizzato successivo alle sequenze filmate.
Nel 1950 il suono su traccia magnetica fu introdotto come alternativa a quello su pista ottica: veniva incollata, dopo la stampa, una striscia di materiale magnetico con impresso il sonoro direttamente sulla pellicola.
La tecnologia è la stessa dei normalissimi radioregistratori su cassetta, ma fu un significativo passo verso l’introduzione della traccia multipla, fondamentale per l’avvento del suono stereofonico.
Per la prima volta infatti i suoni potevano uscire da sinistra, destra e dal centro dello schermo.
Contemporaneamente furono adottati due sistemi per la ripresa video: quello della Twenty Century Fox con pellicola da 35 MM CINEMASCOPE, con 4 tracce audio, introdotto con il film “La tunica”, e la pellicola da 70 mm a 6 tracce audio TODD-AO-SYSTEM, inaugurato con “Oklahoma!” e “Il giro del mondo in 80 giorni”; ma gli alti costi di quest’ultimo standard lo fecero ben presto scomparire.
Negli anni 80, con il miglioramento della tecnologia ci fu un ritorno al sonoro registrato su traccia ottica, e quasi esclusivamente, salvo qualche eccezione su pellicola da 35 mm, secondo i canoni del Dolby Stereo (A).
Se oggi l’esperienza di vedere e sentire un film è particolarmente eccitante ed emozionante è anche merito del lavoro trentennale della Dolby Laboratories, fondata nel 1965 a Londra da Ray Dolby (USA, 1938).
Negli anni 60/70 la prima tecnologia brevettata dalla Dolby Labs per la riduzione del fruscio dei riproduttori audio professionali, Dolby A, si è evoluta nel tipo B e C per apparecchi casalinghi.
Ha riscosso un successo tale da diventare uno standard internazionale: praticamente tutti i registratori hi-fi portano impresso il marchio della doppia D per identificare i sistemi di riduzione del rumore di fondo, appunto Dolby B, C, S e, HX Pro, per il perfezionamento del suono.
Il sistema Dolby Stereo prevede che nello spazio pellicola che conteneva il vecchio sonoro monofonico, vengano ricavate due tracce hi-fi ottiche con informazioni per quattro canali, il sinistro, il destro, il centrale ed il surround, e in più specifiche per la riduzione del rumore di fondo e l’equalizzazione del suono del quarto canale, appunto i diffusori surround.
Tra i primi sistemi stereofonici cinematografici, è diventato vero e proprio standard: prevede l’uso di tecnologie ed attrezzature particolari, nelle riprese del film, nel montaggio, nella stampa, fino agli equipaggiamenti di sala.
Si realizza, come detto, attraverso 4 canali di cui 3 dietro allo schermo (al centro per i dialoghi, ai lati per gli effetti e le musiche più un quarto, formato da più diffusori collocati in fondo ed ai lati della sala, per gli effetti tesi alla riproduzione tridimensionale e a rendere la profondità dei suoni, l’eco, gli effetti e le atmosfere.
La Dolby, comunque, ha applicato la stessa tecnologia anche per i sistemi con pellicola da 70 mm dove ha previsto 6 tracce audio magnetiche, due delle quali curano gli effetti dei bassi più 2 canali surround in più.
Nel 1977 nasce il primo Dolby per il cinema, il processore CP 50 inaugurato con “Guerre Stellari” (in verità secondo film a sfruttare questa nuova tecnologia), subito premio Oscar per il… sonoro! Nel 1980 è la volta del CP 200 per pellicole da 70 mm.
Nel 1986, viene introdotto il Dolby SR Spectral Recording, caratterizzato da una maggiore qualità, una più bassa distorsione nonché riduzione del rumore di fondo; è, a tutt’oggi, il sistema più diffuso, presente in oltre 8000 sale di tutto il mondo.
Nel 1989, Ray Dolby e Ioan Allen sono insigniti del premio Oscar per la loro ricerca sull’audio cinematografico.
Alla fine del 1980 viene commercializzato un Dolby System tutto dedicato ai sistemi casalinghi, videoregistratori, laserdisc e televisori: il Dolby Surround successivamente perfezionato in Dolby Surround Pro Logic. È del 1992 l’introduzione dello stupefacente Dolby Digital (AC-3) con il film “Batman - il ritorno” di Tim Burton.
Il nuovo sistema, attuale standard internazionale (vedi schema), prevede 6 canali digitali di suono perfetti, i 3 frontali i 2 surround posteriori, il destro e sinistro, ed un sesto frontale, un subwoofer per la riproduzione dei bassi più profondi progettato per dare incisività alle scene d’azione e agli effetti speciali.
Compatibile con i vecchi sistemi è un lettore digitale interfacciabile con il processore Dolby già esistente, straordinario per risposta dinamica, separazione tra i canali, precisione, chiarezza e pulizia, annullamento del rumore di fondo, nessun fruscio, nessuna distorsione di suono; inoltre non viene più usato soltanto per dare effetti stupefacenti a film spettacolari, ma anche e soprattutto, per migliorare l’incisività drammatica, tant’é che suono, dialogo e musica sono eccezionali tanto quanto gli effetti.
Contemporaneamente, per merito della Amblin Entertainment e della Universal, è nato un altro standard audio digitale, il DTS Digital Theater System.
Lanciato con “Jurassic Park” di Steven Spielberg; si basa anch’esso su 6 canali audio, la traccia però è registrata su dei Compact Disc sincronizzati con la macchina, questo per evitare le limitazioni dovute al poco spazio disponibile sulla pellicola.
Il risultato anche qui è stupefacente.
Neanche la Sony si è fatta attendere e recentemente ha introdotto il suo sistema, l’SDDS Sony Digital Dinamic Sound, con addirittura 8 canali, di cui 2 nuovi: i frontali centro destra e centro sinistra, introdotti per riprodurre un miglior spostamento del suono nello spazio, così da seguire correttamente l’immagine sullo schermo.
La traccia è registrata interamente sulla pellicola addirittura intorno ai fori di trascinamento, come per il Dolby Digital.
Primo film per l’SDDS è “Last Action Hero -L’ultimo grande eroe” di John McTiernam.
A completare tutto questo George Lucas, il mago indiscusso della tecnologia cinematografica, introdusse per la prima volta ne “Il ritorno dello Jedi”, terzo capitolo della saga di “Guerre stellari”, il THX Lucasfilm.
È un insieme di norme di qualità che si occupa di rielaborare il segnale registrato in Dolby Digital, DTS o SDDS, e definirne tutti i parametri tecnici, è l’ultimo passo verso la qualità assoluta; si occupa inoltre di personalizzare le sale per cui è stata richiesta la certificazione Thx.
La Lucasfilm definisce la qualità minima non solo di processori, amplificatori e diffusori, ma anche degli arredi (rigorosamente fonoassorbenti), della disposizione dei posti ecc.
Insomma, per fregiarsi della certificazione Thx, bisogna dimostrare la qualità totale del proprio impianto cinematografico adeguandola continuamente: i tecnici Thx rinnovano la certificazione annualmente!
Anche per gli impianti casalinghi Dolby Surround Pro Logic è disponibile la certificazione Home Thx.
Infine l’italianissima RCF ha brevettato il suo sistema di alta fedeltà cinematografica, il CCS RCF Cinema Sound System, richiesto dalla Cecchi Gori Film per attrezzare i suoi cinema.
Si caratterizza soltanto per l’allestimento tecnologico della sala, usa come sorgente il DOLBY, il DTS o l’SDDS, funziona quindi similarmente al Thx.
Una curiosità: nei cinema attrezzati con sistemi audio all’avanguardia si ha spesso l’impressione che il volume sia troppo alto; la realtà è che un suono a basso volume fa percepire molto male le basse frequenze, rendendolo particolarmente piatto.
Tante volte, i suoni, per essere credibili “devono” essere fastidiosi.
Pensate ad un elicottero che ci atterrà vicino! A Melzo (MI), c’è uno tra i cinema più attrezzati del mondo per quanto riguarda le ultime tecnologie: uno schermo incredibile di 30 x 16 metri, processori audio in grado di riprodurre qualsiasi standard sonoro, DOLBY, DTS, SDDS e naturalmente la certificazione THX. “La fonte musicale - che non è individuabile sullo schermo, e nasce da un «altrove» fisico per la sua natura «profondo» - sfonda le immagini piatte, o illusoriamente piatte, dello schermo, aprendole sulle profondità confuse e senza confini della vita.”.
Pier Paolo Pasolini.

La Pagina di Gabriele La Rovere

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