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SPECIALE SU PIER PAOLO PASOLINI- 1° Parte

La relazione di Gianni Borgna, Intellettuale, amico personale di Pasolini

SPECIALE SU PIER PAOLO PASOLINI- 1° Parte

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data: 02/11/1975, Roma

Nel 30° della morte, vengono riproposti, dagli atti delle conferenze tenute in Valdarno nel 1985, in occasione del decennale della morte di Pier Paolo Pasolini, a cura di Massimo Palazzeschi, assessore dell'Associazione Intercomunale n.20/A Valdarno Superiore Sud, due interventi di particolare valore:

La relazione fondamentale di Gianni Borgna, Intellettuale, assessore alla cultura del Comune di Roma, amico personale di Pasolini, che ricostruisce tutta la sua vita e le sue opere. Uno scritto utile a chi già conosce la figura del grande maestro della cultura italiana e chi, come uno studente, si avvicina per la prima volta alle opere di Pasolini.

Pier Paolo Pasolini è nato nel 1922 a Bologna ma è vissuto prevalentemente in Friuli e poi a Roma. Il padre di Pasolini era ufficiale di carriera, ravennate, di famiglia nobile, Pasolini dall'Onda, la madre una maestra elementare di Casarsa della Delizia, nel Friuli. Tutti quelli che hanno parlato dell'infanzia e dell'adolescenza di Pasolini ricordano come la famiglia Pasolini fosse denominata dalle donne, dalle figure femminili: la madre e le sorelle.
Nasce nel 1922 a Bologna, ma tutta la sua infanzia e adolescenza sono un seguito di peregrinazioni tra la stessa Bologna, Ferrara, Reggio Emilia, Cremona, tutti centri che i Pasolini frequentavano prevalentemente per motivi di lavoro del padre e poi soprattutto il Friuli, nel quale passa gli anni della prima giovinezza, soprattutto gli anni della seconda Guerra mondiale, a Casarsa ed in altri centri della provincia di Pordenone.I suoi sono studi tipici di un giovane dalle passioni intellettuali abbastanza precise; Pasolini studia al liceo classico "Galvani" di Bologna, in una classe che annovera tra l'altro Agostino Bignardi, che diventerà segretario del P.L.I. e Sergio Telmon che sarà giornalista televisivo e tanti altri.
Le sue passioni sono fondamentalmente letterarie, cinematografiche ed anche pittoriche, figurative; già molto giovane, quando studierà all'Università di Bologna, lettere, Pasolini avrà una lunga frequentazione con Roberto Longhi, un grande storico dell'arte, e sarà proprio Con Longhi che Pasolini preparerà la sua tesi di laurea, anche se questa tesi di laurea, che Pasolini preparava negli anni della guerra, andrà perduta (ripiegherà su un'altra tesi, che però, come vedremo, sarà molto importante per la sua formazione: una tesi su Pascoli, con la quale si laureerà, sempre all'Università di Bologna, negli anni della guerra). 
Gli anni della guerra sono per Pasolini e per la sua famiglia anni molto importanti, drammaticamente intensi, anni in cui Pasolini, comincia a maturare la sua vocazione artistica, poetica, letteraria ed avere i primi incontri importanti della sua vita. Sono gli anni in cui Pasolini comincia a scrivere le sue prime poesie importanti, vivendo prevalentemente in Friuli a Casarsa, ma facendo spesso la spola fra il Friuli e Bologna, dove diventerà amico di alcuni giovani intellettuali bolognesi, da Roversi a Leonetti e molti altri.
Sono gli anni delle prime riviste giovanili di critica letteraria, ma anche gli anni della guerra; il fratello Guido, poco più grande di Pier Paolo, sceglierà di combattere in montagna da partigiano, anche se nelle formazioni non garibaldine, non legate al Partito Comunista, ma a "Giustizia e Libertà", al Partito d'Azione, partito laico; e in un oscuro episodio della Resistenza italiana, nelle malghe di Porzus, Guido Pasolini sarà ucciso da un gruppo di partigiani garibaldini, e questa sarà una tragedia per Pisolini e la sua famiglia. 
Subito dopo la laurea, Pisolini comincia a insegnare in Friuli in una scuola media e questo insegnamento è per lui occasione di incontro con i ragazzi, un incontro fatto anche di poesia, passione letteraria, introduzione alla conoscenza del mondo, della cultura;in quegli anni Pasolini comincia a manifestare una vocazione da pedagogo e anche questo, lo vedremo in seguito, rimarrà una caratteristica del suo operare. 
Sono anni tormentati, tragici, ma anche molto belli, in questo Friuli che sembra ai confini della storia e del mondo, durante questa guerra così atroce che però sembra in qualche modo risparmiare la vita di questa comunità così chiusa in se stessa, ancora così contadina, ancora così lontana, dai fasti di una civiltà industriale, e sarà qui che Pasolini comincerà a scrivere le sue prime poesie in lingua e in friulano. 
Le prime poesie di Pasolini sono in dialetto friulano, sono le poesie raccolte in un libro che si chiama "La meglio gioventù", scritte in friulano, ma in un friulano reinventato, un dialetto reinterpretato alla luce del decadentismo europeo, soprattutto del simbolismo francese; infatti Pasolini deve molto alla sua formazione ad autori come Rimbaud, Verlaine e a tutta una tradizione di poesia provenzale.
A Casarsa vanno a trovarlo spesso molti amici bolognesi; tra questi una giovane critica molto eccentrica per quei tempi: Giovanna Bemporad. E spesso Pasolini va a sua volta a trovare i suoi amici a Bologna formando un sodalizio che negli anni successivi sfocerà in un'importante frequentazione critico-letteraria e in una rivista assai significativa della cultura italiana degli Anni Cinquanta. 
Però in questo clima di allegria, di felicità, di questo clima di passione anche civile (Pasolini, tra l'altro, dopo la guerra si iscrive al Partito Comunista , è segretario di una sezione del PCI di un piccolo centro vicino a Casarsa, fa accanitamente milizia politica in aperta polemica con la parrocchia locale, molto bigotta; sono gli anni della guerra fredda, quando comincia a delinearsi uno scontro violento tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti ed anche in Italia lo scontro è violentissimo tra la DC che nel 1948 avrà la maggioranza assoluta nelle elezioni e dominerà incontrastata per un lungo periodo e i socialisti e i comunisti dopo la breve ed intensa stagione della Resistenza, del CLN e dell'unità antifascista), questo clima, dicevo, viene spezzato da un episodio che segnerà tutta la vita di Pasolini, al pari dell'uccisione del fratello, e cioè la vicenda, oscura per un verso, grottesca per un altro, di un processo che sarà intentato a Pasolini per omosessualità. Il Pasolini degli anni giovanili, oltretutto, anche dal punto di vista sessuale, è in formazione; è un Pasolini che non ha definitivamente compiuto le sue scelte letterarie, culturali, artistiche, e neanche le sue scelte sessuali. Gli anni di Casarsa sono anni di grande ambiguità, di ambivalenza; Pasolini frequenta molte ragazze; ha delle fidanzatine, si innamora spesso di queste ragazze, fa addirittura con una di loro progetti di matrimonio, e, quindi, la sua sessualità non è ancora per nulla fissata sul polo della omosessualità.
Ma veniamo all'episodio. E' un episodio molto innocente. Pasolini con un gruppo di ragazzi di Casarsa era andato a fare i bagni lungo il Tagliamento e tra di loro pare ci fossero state delle effusioni innocenti e banali. Ma per il clima bigotto del tempo, e soprattutto per il fatto che Pasolini era politicamente impegnato, la cosa scatenò le ire di qualche benpensante che denunciò il fatto fino a provocare un processo nel quale Pasolini venne assolto. Nel frattempo però il poeta aveva dovuto abbandonare l'insegnamento, lasciare precipitosamente Casarsa e scappare insieme alla madre a Roma; come dirà più tardi, in una pagina autobiografica, la fuga avvenne "come in un romanzo". Era il 1949.
Roma nel dopoguerra vive grandi tensioni, grandi passioni intellettuali, grandi speranze. Ma è anche una città molto diversa da quella che poteva essere una piccola comunità contadina del Friuli. A Roma per molti anni Pasolini fa la fame, non conosce nessuno, non ha lavoro, ha alle spalle un processo infamante, nessuna scuola dello Stato gli da un incarico, cerca di sbarcare il lunario (più tardi avrà una supplenza in una piccola scuola dei Castelli Romani). La madre, maestra elementare, persona molto fine, delicata, sempre vissuta nell'idilliaco borgo friulano, è costretta persino a fare la cameriera pur di trovare di che sopravvivere. 
Pasolini ha in questo periodo un rapporto particolarmente intenso con il mondo delle borgate romane, con la periferia della città di Roma, ma non per motivi letterari, ma perché, arrivato a Roma, non si poteva appunto permettere una abitazione al centro, Vivrà a Pietralata, Rebibbia, Tiburtino; conoscerà a fondo questi quartieri e farà lì le sue prime amicizie romane, in particolare con un giovane che poi diventerà molto importante nella formazione intellettuale di Pasolini, un giovane di borgata: Sergio Citti.
Però Roma per Pasolini è anche la Roma letteraria, la Roma del mondo della cultura, sia pure per lui sconosciuto. Sconosciuto non è forse il termine esatto, perché quando era uscito "La meglio gioventù" Pasolini era ancora a Casarsa, aveva avuto recensioni entusiastiche, in particolare quella di Gianfranco Contini, grande della critica letteraria.
In breve Pasolini diventa amico di Moravia, Elsa Morante, Attilio Bertolucci e altri ancora. In quegli anni cominciò a prendere forma il suo disegno artistico-letterario e, nel 1955, uscì da Garzanti il suo primo romanzo, "Ragazzi di vita".
Il romanzo è subito il caso letterario dell'anno, un grande scandalo. Non scampa addirittura ad un processo, in cui Pasolini sarà assolto e difeso da molti letterati illustri, anche di formazione cattolica, da Ungaretti a Carlo Bo. Bo dirà addirittura che il romanzo di Pasolini non solo non è lesivo della religione di stato, ma è profondamente cristiano.
Viene assolto e diventa uno dei grossi personaggi della cultura italiana. In quegli anni, tra l'altro, proprio con i vecchi amici bolognesi (i Roversi, i Leonetti, gli Scalia) da vita ad un'importante rivista letteraria, una delle riviste più importanti degli Anni Cinquanta: la rivista "Officina", che darà battaglia sulle grandi questioni delle tendenze culturali, artistiche e letterarie in nome del realismo, ma di un realismo molto diverso dal realismo socialista o dal realismo dell'ufficialità anche comunista: un realismo fondato sulla volontà di indagare, di interpretare i fatti della realtà, della società, della letteratura e di farlo in termini problematici, al di fuori di ogni "posizionalismo tattico". 
"Ragazzi di vita" è l'affresco delle borgate, ma al di là del dato epidermico, dell'intreccio ( la storia di un giovane di borgata che vive di espedienti, di furti, di esperienze omosessuali) vi è soprattutto una ricerca linguistica, un tentativo di contaminazione linguistica: il libro è in dialetto romanesco, un dialetto per certi versi molto puntuale, per altri versi reinventato, riscritto, grazie all'aiuto di Sergio Citti che Pasolini definirà il suo "glossario vivente".
Pasolini veniva da Bologna, dal Friuli, conosceva a fondo il dialetto friulano, non conosceva affatto il dialetto romanesco (anche se era già un filologo apprezzato: si pensi ai suoi splendidi saggi sulla poesia popolare e sulla poesia dialettale italiana). Eppure il libro restituisce alla perfezione, attraverso il linguaggio, il clima delle borgate romane, il modo di essere, di esprimersi, è un grande affresco, un grande affresco "sperimentale", la cui sperimentazione s'innesta sull'elemento del linguaggio. "Ragazzi di vita" sarà molto discusso anche dai comunisti. Pasolini è comunista, tuttavia alcuni esponenti del PCI lo attaccano dicendo che il suo romanzo è poco fedele alla vera vita delle borgate ( serbatoio di voti della sinistra, del PCI). Lo difende, dalle colonne di Rinascita, Edoardo D'Onofrio, smentendo tutti e dichiarando che quella descritta da Pasolini è invece la vita che realmente si consuma nelle periferie della Capitale.
Dopo "Ragazzi di vita" esce nel 1957 la prima grande raccolta poetica pasoliniana, "Le ceneri di Gramsci", anch'essa edita da Garzanti.
"Le ceneri di Gramsci" mette in luce definitivamente il grande talento di Pasolini poeta (tra l'altro questo volume di poesie gli farà vincere il Premio Viareggio, sarà il libro più acclamato di quegli anni). Ha anche esso delle particolarità, perché è un libro di poesia che, pur tenendo presente tutta la tradizione della poesia del Novecento (dal decadentismo all'ermetismo) si rifà a modelli classici, si rifà, nel verso, nell'uso dell'endecasillabo a Foscolo, a Carducci, allo stesso Pascoli, anche a Leopardi. E' un libro, quindi, che ha la particolarità di essere per certi versi un grande libro di poesia civile, di poesia civile di sinistra e, nello stesso tempo, nei modi, nei moduli, nello stile, un libro di ritorno al classico, ai grandi autori dell'Ottocento e del primo Novecento Italiano, quindi apparentemente conservatore dal punto di vista stilistico, della lingua e dei moduli di espressione usati. Un libro in cui c'è il famoso poemetto che da il titolo a tutta la raccolta: "Le ceneri di Gramsci", in cui Pasolini immagina -probabilmente esprime un fatto vero- di recarsi al cimitero degli inglesi a Roma ( il cimitero degli inglesi si trova nel quartiere Testaccio, che allora era un grande quartiere popolare) dove sono raccolte le ceneri di Gramsci e in questo cimitero Pasolini, in un giorno primaverile, immagina di parlare con Gramsci. 
Gramsci è stato il fondatore del P.C.I., è stato non solo un grande politico perseguitato dal fascismo, ma anche un grande intellettuale, colui che proprio in carcere scrisse i famosi quaderni, uno degli esempi più alti della tradizione culturale italiana del Novecento; e con Gramsci Pasolini immagina di entrare in colloquio, mettendo proprio in evidenza i tratti caratteristici della sua personalità e del suo pensiero che sono, da una parte, quello di sentirsi comunista, vicino ai comunisti, vicino alla stessa ideologia del P.C.I. e quindi di pensare che la classe operaia sarà la protagonista di una storia nuova, della storia futura; e, dall'altra, di rimanere attaccato al mondo contadino: tanto che , in un passo famoso del poemetto, Pasolini dice apertamente:"Lo scandalo del contraddirmi", "dell'essere con te e contro di te" (rivolgendosi a Gramsci) " con te nel cuore, in luce, contro di te nelle buie viscere". E poi , nella parte finale del poemetto ed in altri momenti del volume, emerge chiaramente quello che è il tratto caratteristico dal punto di vista ideologico di questa raccolta pasoliniana: il fatto che Pasolini ritiene che l'unico momento alto della vita italiana sia stato la Resistenza, che la vera rivoluzione italiana sia stata la Resistenza, anche perché il Risorgimento non era stato una rivoluzione neanche di tipo democratico-borghese, mentre la Resistenza era stato l'unico momento in cui la classe operaia e la classe contadina avevano avuto un ruolo da protagonista nella storia italiana: tuttavia la Resistenza, questo fatto così straordinario, che era accaduto negli anni della guerra, era stato poi profondamente tradito.
Una certa polemistica ha detto per molto tempo che la Resistenza è stata tradita dalla sinistra, la quale, invece di fare la rivoluzione socialista, si sarebbe limitata a fare la rivoluzione antifascista. Per Pasolini, invece, il tradimento è venuto dalla D.C., da chi ha governato il Paese,che, attraverso la scelta di estromettere dal governo i socialisti e i comunisti e di restaurare il capitalismo, ha imposto una società profondamente contraria ai valori e agli ideali della Resistenza. Da questo Pasolini trae la conclusione che in fondo la storia italiana, la grande storia italiana, dopo il tradimento della Resistenza, praticamente è finita.
C'è un passo bellissimo delle "Ceneri di Gramsci" in cui Pasolini mette in evidenza questo aspetto e scrive:"Ma io con il cuore cosciente di chi soltanto nella storia ha vita potrò mai più con pura passione operare se so che la nostra storia è finita?" La sensazione di Pasolini è che tutto un ciclo di storia politica si sia concluso. La società italiana sta cambiando profondamente.Vengono aboliti i valori di una Italia umile e contadina, valori positivi,valori umani e positivi. La rivoluzione non è più che un sentimento. 
Successivamente nel 1959 esce il romanzo di Pasolini "Una vita violenta", sempre sulle borgate romane, sempre raffigurazione di quella Roma della periferia, sempre in dialetto romanesco. Però c'è da dire che, a differenza di "Ragazzi di vita", "Una vita violenta", forse anche per rispondere in positivo alle critiche che gli erano venute da sinistra, dai comunisti in particolare, è un romanzo più positivo, più da prospettivismo socialista, un romanzo nel quale il protagonista, Tommaso Puzzilli, è un giovane delle borgate, un giovane di Pietralata, che alla fine in qualche modo si redime perché incontra la locale sezione del P.C.I. e, da giovane malavitoso, diventa impegnato nell'attività politica e muore per aiutare una donna durante la famosa alluvione di Pietralata (fatto realmente accaduto nella Roma di quegli anni). Nel 1961 esce una nuova importante raccolta di poesie di Pasolini, "La religione del mio tempo", una raccolta simile per molti versi alla precedente, ma se volete ancora più profondamente provocatoria nei confronti del potere, della chiesa cattolica, della società italiana (tra l'altro il 1961 è l'anno che celebra i 100 anni della unità d'Italia, è quindi un anno di retorica un po' patriottarda, mentre "La religione del mio tempo" vuole essere anche un modo di rispondere a questa retorica). Tra l'altro contiene un epigramma molto violento contro Pio XII°, il Papa del tempo, accusato da Pasolini di non aver fatto tutto quello che era nelle sue possibilità per aiutare i poveri che vivevano nelle borgate e che finiva con le parole: "Quanto bene tu potevi fare e non l'hai fatto, non c'è stato un peccatore più grande di te".
Potete immaginare lo scandalo dei benpensanti, siamo nell'Italia alla fine degli Anni Cinquanta. Il 1961 è anche l'anno in cui Pasolini passa definitivamente al cinema; dico passa definitivamente perché Pasolini in tutti gli Anni Cinquanta aveva molto lavorato nel Cinema, aveva scritto molti soggetti e sceneggiature, forse anche per sbarcare il lunario negli anni difficili del suo arrivo a Roma. Era stato sceneggiatore di molti film di Bolognini ("Una giornata balorda", "La notte brava"), di Fellini ("Le notti di Cabiria"; anche alcuni spunti della "Dolce vita" sono pasoliniani). Aveva scritto il soggetto e la sceneggiatura della "Lunga notte del '43" di Vancini, aveva alle spalle queste esperienze quando passò alla regia, anche se non forse una conoscenza tecnica dell'uso della macchina da presa.
Da ragazzo insieme alla letteratura, all'arte, alla pittura, Pasolini aveva molto coltivato l'amore per il cinema; le sue passioni erano Chaplin, Dreyer, Eisenstein. Arrivò quindi a dirigere il suo primo film, "Accattone", nel 1961. "Accattone" viene presentato in una sezione minore del Festival di Venezia, suscitando ancora una volta scandalo. Sarà il primo film italiano non solo vietato ai minori di 16 anni ma ai minori di 18, anche se ancora una volta "Accattone", oltre ad essere un capolavoro assoluto della storia del cinema, è un film profondamente cristiano. E' un film il cui retroterra è sempre la borgata romana, è un film quindi recitato nel dialetto romanesco da attori tutti o quasi presi dalla strada (il protagonista è il fratello di Sergio Citti, Franco, attore che mai aveva recitato al cinema e al teatro, tutti gli altri personaggi principali sono presi dalla strada, come nella migliore tradizione del neorealismo italiano e soltanto in parti marginali compaiono attori professionisti: Adriana Asti, che però allora era quasi del tutto sconosciuta). La particolarità di "Accattone" è, oltre a quella di essere un film straordinario, girato con pochissimi mezzi, molto povero, volutamente povero, quella di raffigurare il mondo delle borgate, però, qui è la distanza per certi versi da "Una vita violenta", soprattutto da "Una vita violenta", in modo solo apparentemente realistico. Tutto il film ha come referenti figurativi Masaccio, Caravaggio e Mantenga e come referenti musicali "La passione secondo Matteo" di Bach. E così il mondo misero, derelitto, ai margini della legge, è riscattato profondamente da questi riferimenti figurativi e da questa musica di fondo che lo trasformano in un mondo di profonda sacralità e spiritualità. Insomma c'è questa grande contaminazione anche qui di stile che fa di "Accattone" un film anche per questo motivo particolare e straordinario, quindi non tanto un film da neorealismo italiano di denuncia sociale, ma un film che ha altre motivazioni, altre molle al suo interno. Del resto tutto questo sarà confermato anche nei film successivi di Pasolini, "Mamma Roma" del 1962, ma in particolare "La Ricotta", episodio di "Rogopag".
"La Ricotta" è un episodio breve che dura una trentina di minuti, ma anche esso è tra le cose più alte e più belle che Pasolini ha realizzato: E anch'esso fu motivo di scandalo. E' la storia di una troupe cinematografica che sta girando un film sulla vita di Cristo, in particolare la scena della crocefissione; a fianco di Cristo ci sono due ladroni ma sia Cristo che i due ladroni sono tre poveri disgraziati, tre comparse che impersonano quei ruoli, quindi cercano di dare vita in qualche modo a questi personaggi, ma in realtà sono tre poveracci morti di fame che recitano nel film perché devono sbarcare il lunario. Il loro problema è di trovare qualcosa da mangiare sperando che nelle pause della lavorazione del film, quando alla troupe vengono portati i sacchetti per i viveri, possano riuscire non solo a sfamare se stessi ma anche le loro famiglie, che, puntualmente, si presentano. Ma questa fame così atavica non viene mai soddisfatta perché per mille motivi i sacchetti dei viveri vengono rubati una volta da un cane, una volta da un ladro. Insomma, sia Stracci che la sua famiglia non riescono a mangiare. Ad un certo punto riescono a mangiare la moglie e i figli, soltanto lui continua a digiunare.
Alla fine, impietositi, gli altri della troupe gli daranno finalmente da mangiare e lui mangerà a perdifiato e proprio per questo si sentirà male e morirà sulla croce: quando c'è da girare finalmente la scena e sotto ci sono i giornalisti, il produttore, tutta la gente andata a partecipare all'avvenimento "mondano" delle riprese del film, dove non c'è niente di cristiano, dove non c'è niente di quello che si vuole raffigurare, il vero cristiano, Stracci, muore sulla croce, muore perché, essendo un morto di fame, avendo mangiato finalmente un po', muore di indigestione. Anche "La Ricotta" è quindi un film molto violento; contro il potere, contro una certa cultura, un certo modo di fare il cinema, una certa società letteraria, un certo ambiente della Roma di Cinecittà; ma un film anch'esso profondamente cristiano. Nonostante ciò Pasolini subirà il più drammatico dei suoi processi, per questo film sarà anche condannato e successivamente assolto in appello. Sarà accusato di vilipendio alla religione di stato, il film sarà tolto dalla circolazione, tornerà in circolazione in seguito, addirittura con il titolo cambiato, e non solo il titolo dell'episodio di Pasolini "La Ricotta", ma il titolo del film, "Rogopag", che era dato dalle iniziali dei cognomi dei registi che lo avevano fatto: Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti, che diventerà "Laviamoci il cervello".
Il cristianesimo di Pasolini si confermerà prepotentemente nel film successivo, del 1964, "Il vangelo secondo Matteo", un film su Cristo, sulla sua figura, assolutamente fedele al vangelo; un film straordinario, soprattutto per la ricchezza figurativa, per le citazioni figurative: da Duccio, a Giotto, a Masaccio; per le citazioni di storia del cinema, per le stesse citazioni musicali ( una contaminazione che va da Bach a Mozart , ai canti popolari italiani, ai canti popolari russi, agli spirituals dei neri). Pasolini aveva cominciato a dirigere quel film secondo l'ottica di "Accattone", di "Mamma Roma", della "Ricotta", come se il personaggio di Cristo fosse figurativamente un personaggio dei suoi film precedenti, ma poi capì che la frontalità con cui stava girando le scene del "Vangelo" era sbagliata, perché, mentre nel mondo delle borgate romane si doveva restituire la scarsità nascosta, il Cristo non poteva essere rappresentato così, proprio perché era il Cristo. Del Cristo semmai bisognava riscoprire la profonda umanità. Anche per questo, tra l'altro, Pasolini si rifarà nell'uso degli attori ad amici suoi, intellettuali e non e alla madre nel ruolo della Madonna anziana (la Madonna giovane, nel film, è una ragazza calabrese).
Diciamo che questa è la fase in cui si crea una cesura con il Pasolini precedente, nel senso che Pasolini comincia a dedicarsi prevalentemente al cinema, anche se continueranno ad uscire volumi di poesie e romanzi importanti. Li cito soltanto: "Il sogno di una cosa", un romanzo tra l'altro scritto da Pasolini in Friuli, ma mai pubblicato, sul mondo friulano, che sarà pubblicato anni dopo nel 1962; oppure nel 1968, "Teorema", romanzo dal quale Pasolini trarrà il film omonimo.
Per quanto riguarda la poesia altre raccolte importanti saranno nel 1964, "Poesia in forma di rosa", nel 1971 "Trasumar e organizzar". Il Pasolini saggista pubblicherà nel 1960 "Passione ed ideologia", una delle raccolte più importanti, tra l'altro, sulla storia della letteratura dialettale e popolare del 1900; nel 1972 "Empirismo eretico", dove sono raccolti i suoi saggi più importanti sul cinema e, tra gli altri, il famoso saggio sul cinema "di prosa" e di "poesia".
La sua attività prevalente a quel punto sarà di regista. "Uccellacci e uccellini" con Totò, "Teorema", "La trilogia della vita": ("Decameron", "I Racconti di Canterbury", "Il fiore delle mille e una notte")e infine "Salò", film postumo che uscirà quando Pasolini sarà già stato ucciso, il 2 Novembre del 1975.
Per quel che riguarda il cinema possiamo dire che l'attività di cineasta consentirà a Pasolini anche una vita meno difficile economicamente, rispetto agli Anni Cinquanta, rispetto al primo periodo romano, ancora rispetto al periodo di Pasolini poeta. Ma la parte finale della sua vita è dedicata soprattutto alla su attività di polemista: gli interventi sul "Corriere della Sera", sul "Mondo", nei quali Pasolini denuncia i mali della società italiana, la responsabilità di questi mali li imputa alla D.C. (arrivò persino a chiedere un processo alla D.C., un processo pubblico, naturalmente).
Lui stesso si definirà prima "corsaro", proprio per mettere in luce la sua vocazione ad essere intellettuale irregolare, provocatore, difficilmente classificabile, comunista sì, ma spesso in polemica con i comunisti; e poi "luterano", per questa sua visione del mondo rigorosa, tragica. L'ultima parte della sua attività sarà legata all'idea che il male della società italiana è il consumismo dilagante, l'essere passati repentinamente, traumaticamente, da una società prevalentemente contadina alla società dei consumi, cosa che, dice Pasolini è abbastanza naturale perché tutte le società passano dall'essere prevalentemente contadine all'essere prevalentemente industriali; io non attacco, non critico, non denuncio questo fatto in sé- in altri Paesi ha prodotto cambiamenti positivi, delle modernizzazioni positive- ma io denuncio il fatto che in Italia questo passaggio è avvenuto in modo brusco, repentino, senza che fosse governato, senza coloro che erano al potere se ne fossero persino accorti. Ecco che, allora, Pasolini sente, diciamo, che nella società italiana, nella Italia delle piccole patrie, nell'umile Italia che aveva poeticamente tratteggiato nelle "Ceneri di Gramsci", qualche cosa di traumatico è avvenuto, una rottura della "memoria storica". 
La società dei consumi sta appiattendo tutto, sta omologando tutto, Pasolini parlerà di "mutazione antropologica" e di "omologazione culturale", cioè di mutazione del modo di essere, di pensare, perfino dei tratti somatici, fisici, del comportamento. I ricchi e i poveri, i fascisti e gli antifascisti, che un tempo erano così nettamente distinguibili, oggi sono praticamente uguali, per come parlano, per come vestono, per i gusti che hanno. Ciò è causa di nevrosi perché un ragazzo che dalla società dei consumi viene spinto a desiderare di essere sempre più ricco, sempre più consumatore, ma che non ha i mezzi per esserlo, non potrà che sentirsi sradicato, disperato. Quindi anche i fenomeni come la violenza, la droga, nascono da queste angosce, da queste nevrosi.
Perciò, come voi capite, tutto il Pasolini ultimo è tragico, molto violento nella sua denuncia, in parte diverso anche come poeta e persino come pensatore dal Pasolini precedente. "Salò", l'ultimo suo film, è condensato di queste sue invettive contro la società dei consumi; è il film dove il sesso viene considerato come un male terribile, perché attraverso la mercificazione del corpo passa una delle forme di violenza più crudele e di fascismo più aberrante; e quindi, quando concepirà "Salò", Pasolini abiurerà esplicitamente dalla trilogia della vita, dall'idea che il sesso è allegria, felicità, natura e vedrà anche nel permissivismo sessuale dilagante, nella mercificazione dilagante dei corpi, uno degli aspetti più aberranti del consumismo che tutto appiattisce.
E sarà appunto la fase finale e anche la più tragica della sua vita. Pasolini, proprio al culmine di questa denuncia così violenta, così forte, e anche al culmine del rapporto nuovamente instaurato con il Partito Comunista, sempre di odio-amore ma in quegli anni di particolare adesione e comprensione, viene trovato ucciso la notte del 2 Novembre 1975 all'idroscalo di Ostia, proprio il giorno dei morti. 
Questa morte, questa uccisione sono avvolte ancora oggi nel mistero, perché anche se ci sono stati processi, condanne, non è mai stato chiarito chi effettivamente abbia ucciso Pasolini, quanti abbiano effettivamente ucciso Pasolini. L'unico personaggio ch eè emerso in questa vicenda è Pino Pelosi, il giovane con il quale quella sera Pasolini si era accompagnato. Ma tanti elementi rimangono imprecisati; ci sono tante incongruenze nello stesso racconto di Pelosi, e tutta la dinamica del delitto ricostruita dai periti dice che ben difficilmente Pelosi da solo poteva uccidere in quel modo Pasolini che, tra l'altro, era un uomo molto forte, uno sportivo, un atleta, nonostante avesse 53 anni. Pelosi non aveva un graffio, aveva soltanto una gocciolina di sangue sull'orlo della camicia, mentre Pasolini aveva perso tantissimo sangue.
Però, di tutto ciò di cui non si può parlare, direbbe il filosofo, si deve tacere, quindi è inutile tentare in maniera più o meno fantasiosa delle ricostruzioni. Sta di fatto che la ricostruzione veritiera della morte di Pasolini, dell'uccisione di Pasolini non è stata fatta, per negligenza, perché, tra l'altro, tante prove furono occultate, le indagini furono subito portate avanti in modo "sbracato", si volle subito dare la versione ufficiale di Pelosi anche in pasto alla opinione pubblica. Quello che impressiona, certo, è che la morte di Pasolini è avvenuta proprio al culmine della sua denuncia della violenza, una denuncia, per altro, così anticipatrice. Pasolini ha saputo prevedere molti fenomeni: la violenza, il terrorismo, la droga, tutte cose che, nell'Italia del 1973/1974/1975, erano ancora molto "in fieri" e che, comunque non si erano ancora manifestate apertamente. Pasolini ha avuto sempre una capacità di intuizione, di premonizione, di anticipazione, forse anche perché era un intellettuale assolutamente diverso da tutti gli altri, cioè un intellettuale non accademico, non da tavolino, anche se era un uomo coltissimo, anzi di una erudizione sconfinata; ma era un intellettuale molto legato anche alla vita reale, ai problemi reali, alla vita reale anche nel senso fisico, agli ambienti, ai quartieri, e non solo di Roma ma del mondo intero; per esempio quando girava i film in Africa, in Asia, in America, cercava di entrare in contatto con tutti, soprattutto con gli ambienti che erano considerati più marginali proprio per cercare di capirne i problemi. Quindi un intellettuale straordinario di cui si sente molto la mancanza, un intellettuale che muore in modo violento, al culmine della denuncia della violenza, con una morte che lui stesso aveva previsto molte volte; non solo indirettamente, perché tanti personaggi dei suoi film muoiono in circostanze simili a quella in cui è morto Pasolini-basti pensare a film come "Porcile"-ma anche perché lui stesso parlò della sua morte, anche se naturalmente in pagine letterarie. C'è un episodio molto significativo che risale a quando Pasolini andò negli Stati Uniti d'America. A New York lui andò una notte ad Harlem , il quartiere negro, il ghetto nero, che non viene frequentato da nessuno, tanto meno da gente che non è di New York; lui andò lì da solo, una notte, e tanta era la sua capacità di entrare in contatto con questo tipo di mondi che fraternizzò subito con i ragazzi che incontrò ad Harlem, quella notte. La sua vita era sempre molto rischiosa e tanto lui presagiva il modo della sua morte, da lasciare delle pagine, ad esempio della "Divina Mimesis", in cui parla proprio della sua uccisione, anche se ne parla in modo provocatorio perché l'attribuisce ai letterati dell'avanguardia, contro i quali si scagliava e polemizzava, e dice che l'avrebbero ucciso a bastonate. E poi c'è un passo bellissimo della "Religione del mio tempo", nel quale lui parla addirittura di quando, morto, finalmente riposerà nel cimitero di Casarsa vicino alla madre, questa grande, insostituibile figura di tutta la sua vita. 
Sono versi bellissimi, che io vi invito a leggere e che finiscono ancora una volta, pasolinianamente, con l'affermazione che anche nella morte, anche dopo la morte, accanto alla disperazione, continua a rimanere un po' di speranza. 

GIANNI BORGNA 

Conferenza del 23.3.1985
In atti di "Ricordando Pier Paolo Pasolini"
Associazione Intercomunale n.20/A Valdarno Superiore Sud
San Giovanni Valdarno (Ar) - a cura di Massimo Palazzeschi


Di: Massimo Palazzeschi

Fonte: Massimo Palazzeschi

Pubblicato il: 02/11/2005 da Massimo Palazzeschi

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